Il topo di campagna e il topo di città, Coccole Sonore

Una favola antichissima, scritta da Esopo nel VI secolo a.C., “Il topo di campagna e il topo di città“. Le favole hanno per protagonisti gli animali parlanti che rappresentano i vizi e le virtù degli uomini. Rivelano sempre una morale. Nella favola de “Il topo di campagna e il topo di città” la morale è che è meglio una vita semplice, modesta che una vita più ricca e brillante, ma piena di problemi e difficoltà.
Buon divertimento con il testo e le immagini della favola “Il topo di campagna e il topo di città“!

Leggiamo insieme…

Una volta un topo di città andò a trovare un suo amico che viveva in campagna. Il topo cittadino era veramente elegantissimo: aveva il colletto inamidato ed una giacca all’ultima moda, mentre il topo campagnolo indossava la sua solita camicia a quadretti e portava un fazzoletto al collo.

“Povero amico mio,” disse l’elegantone “mi fai quasi compassione. Scommetto che in vita tua non hai mai indossato un vestito elegante, né mangiato una pietanza prelibata. Vieni con me in città, e io ti farò vedere meraviglie che neanche immagini e ti farò assaggiare cibi squisiti.” Il topo campagnolo ascoltava tutto mortificato, rigirando il suo vecchio cappello fra le zampine.

Accettò subito la proposta del suo vecchio amico ed il giorno seguente lo raggiunse nella sua casa di città. Era veramente una meraviglia quella dimora, con pavimenti coperti di tappeti di mille colori e mobili tutti intarsiati! Il topo cittadino condusse l’altro topo nella dispensa e gli disse: “Prego sèrviti, oggi abbiamo arrosto, formaggi misti, prosciutto ed altri manicaretti, soltanto, sta attento alle trappole che sono sparse qua e là.”

Un po’ preoccupato il topo di campagna incominciò a mangiare e, veramente, si accorse di non avere mai mangiato cose così buone. Ma ad un tratto il suo compagno fece un balzo e incominciò a scappare. “Via ,via presto!” gridò “Ho sentito l’odore del gatto di casa.”

Il topo di campagna si affrettò a rifugiarsi anche lui dentro un buco del muro. Passato il pericolo, ripresero il loro pranzo, ma dovettero interromperlo poco dopo, perché la cuoca entrò armata di scopa, pronta a far passare un brutto quarto d’ora ai nostri topolini!

Infine, come se non bastasse, una delle trappole sul pavimento scattò all’improvviso e, quasi, li prendeva tutti e due per la coda! Al topo campagnolo era passato l’appetito e non riuscì più a mangiare neanche un boccone; il topo di città invece abituato a questa vita movimentata, si puliva i baffi con il tovagliolo ed appariva soddisfatto. “Adesso, confessa la verità” disse finalmente “hai pranzato come un re! A casa tua non mangi mai cibi così raffinati.” “No” rispose il topo campagnolo “a casa mia mangio semi, radici e frutta, però mangio in pace senza trappole, senza gatti e cuoche armate di scopa!” “Ma quei formaggi, quei prosciutti…” “Non so che farmene: preferisco i miei semi” rispose il topo campagnolo “Accompagnami fuori da questa casa per favore.” Per uscire dovettero fare una corsa indiavolata e, quando finalmente si trovarono fuori da quella sontuosa dimora, il topo campagnolo staccò da una siepe del giardino un rametto che gli sarebbe servito da sostegno durante il viaggio di ritorno.


“Addio caro amico” disse agitando la zampina “Mi fai compassione per come vivi. Quando verrai a trovarmi, ti offrirò un piatto di frutta e dei semi, ma soprattutto tanta tranquillità che tu invece qui non avrai mai, io non ho altro, ma credo che valga più di tutte le tue ricchezze!” E se ne andò lungo il sentiero che lo riconduceva a casa, mentre il topo di città rimaneva a guardarlo appoggiato al suo elegante bastone di bambù.